26/10/2009

TRIBAL ART OF THE SANTAL PEOPLE OF BIHAR, ORISSA, WEST BENGALA. Tribal Art Fair 2009 Amsterdam Africa Oceania Asia

ETHNOFLORENCE

INDIAN AND HIMALAYAN FOLK AND TRIBAL ARTS

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2009

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TRIBAL ART OF THE SANTAL PEOPLE OF BIHAR ORISSA WEST BENGALA

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Text by Ethnoflorence photo and pieces from Ethnoflorence Indian and Himalayan Folk and Tribal Art, Art Premiers Art Primitive Collection Bruxelles.

Links from Ethnoflorence Indian and Himalayan Folk and Tribal Art, Art Premiers Art Primitive Collection Bruxelles, Hervé Pedriolle Collection, IGCNA Org, Tribal Art the World of Tribal Art magazine (for the details please scroll dawn).

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In assenza di cataloghi, provenienze, studi etnografici, esibizioni temporanee o permanenti, parlare dell'arte dei Santal people del Bihar, Orissa, West Bengala,  è qualcosa di estremamente arduo.
In un 'epoca in cui anche le arti premiers si sono asservite alle logiche del mercato globale, una piccola produzione artistica di questo tipo sembra non avere spazio;  perché pubblicare un catalogo o finanziare una mostra quando poi il Mercato non se ne può avvantaggiare? E' una questione di numeri... che hanno il colore dei soldi. Meglio  continuare a pubblicizzare sempre  le stesse collezioni Major di Arts Premiers, il ritorno in termini di Pubblicazione/Provenienza assicurerà un certo e già calcolato appeal da esibire in Aste e Gallerie  perpetuando così un Mercato sempre più alla ricerca di chimere  e certezze...e nel frattempo infestato da cinquanta anni da migliaia di oggetti 100% fake.

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Allorché furono intrapresi i primi studi sul terreno l'antica tradizione culturale dei Santal era già entrata in una fase di  rapido e repentino  declino.

Negli anni 90's durante l'inaugurazione di una mostra a Cannes chez le Musee de la Castree il collezionista ed artista nizzardo Fernandez Arman davanti ad un vecchio liuto antropomorfo, recente acquisizione del Museo, ebbe a commentare "..venant du Santal, nom en soi, evocatour. Sa presence et sa personnalité nous interpellent. Ce petit chef-d'oeuvre de sculpture attire notre regard au fond du sien. C'est bien ici l'example d'un objet d'artisanat, ecchapant a son usage pour acceder a l'intemporal"

E come meravigliarsi di questa definizione, i liuti monocorde dei Santal , dhodro banam, sono robuste sculture antropomorfe , intagliate nel  legno gaulico , connotate da sontuose  patine color mogano, considerate dai loro stessi artefici alla stregua di esseri viventi, latori di poteri magici, strumenti mediatici che connettono il mondo visibile con il soprannaturale.

La storia dell' origine dei Banam (che tradotto significa corpo) affonda le sue radici in un arcaico passato fatto di incorrotte tradizioni orali perpetuate di generazione in generazione. Un'origine che affonda la sua nascita nella mitologia dei Santal People. Nel sacrificio di una giovane sorella, nella compassione di un giovane fratello, nella metamorfosi mistica dei resti della prima in un albero di gaulic ... da  un ramo del quale nascerà il primo mitico Banam. Uno strumento che riproduce un suono simile a quello degli esseri umani.

Sui peculiari  elementi strutturali di questo strumento 'rituale', imperniati nel riassumere le varie parti anatomiche del corpo umano e nell'attribuzione a ciascuna di esse di elementi naturali basilari , recepiti anche dalla mitologia dei Santal,(aria, terra, fuoco etc) hanno investigato insigni musicologi indiani; personalmente a queste accademiche e poco evocative descrizioni preferisco le poche righe che Ms Stella Kramrisch dedicò ai Banam nel suo catalogo " Unknown India Ritual Art in Tribe and village" Philadelphia 1968 ".The ... Santal ... carve their one-stringed lutes ... sometimes in the shape of woman ... transfiguring the resonance of the instrument into rotundities known from Hindu sculpture and brought to the tribal level by the simplifications and distortions demanded by the shape of the instrument. The prophetic head with its far-seeing inlaid eyes, traversed at the back by the tuning keys as a kind of  ear-ornament, carried aloft on a neck of ordinate lenght, is a noble mask. Through its thin lipped mouth a god may speak - as he does through the  dance mask of another tribe, the Bhuiya...Arms and hands closely hug the curved plane of the sounding-box body whose firmness is enhanced visually by the broad collar of the necklace....Sound and mask, the prophetic voice which speaks through mask and instrument, link auditory and visual experience in one manifestation of the numinous." 

Quasi una funzione oracolare quella che ci suggerisce il testo, latrice di profezie e divinazioni propiziatorie, utili in un contesto rurale dominato da clans patriarcali nei quali l'elemento musicale svolge un importante ruolo non soltanto culturale ma anche rituale, connesso con la fertilità delle messi, intercalato da danze da tenersi prima e dopo la stagione delle pioggie e tra la semina ed il raccolto. Danze rituali nelle quali donne abbigliate in Sari sono accompagnate da gruppi  di musicisti.

Da un punto di vista iconografico i suddetti gruppi di danzatrici si ritrovano rappresentati sia nei carved tops dei Santal Banam che intagliate ad altorilievo nei pannelli delle loro lettighe nuziali. Anche la celebrazione del matrimonio è pervaso da precise ritualità e importanti funzioni sociali, non ultima quella di legare tra loro i vari clans patriarcali. Circa la funzione rituale della lettiga nuziale Ms Stella Kramrisch ricorda come "...when a Santal crafsman begins his work on the litter,  a pair of pigeons is sacrificed ... when the litter is completed and its owener taken possession two more pigeons are part of anoher sacrifice, ... the activity of carving is part of the marriage rite, as it the procession of the marriage litter...". Lo stile iconografico di questi pannelli è connotato da un estrema, solenne e  monumentale definizione stilistica delle figure, scolpite sia frontalmente che di profilo, parafrasando Ms Stella Kramrisch "...somehow paralleling Egyptian reliefs...". 

Tra i temi 'trattati' in questi pannelli istoriati, oltre alle già succitate danze rituali propiziatorie, si annoverano le fasi del matrimonio stesso, cerimonie locali,  scene di vita quotidiana, i miti di creazione dei Santal e dei relativi 12 Clans, scene di guerra celebrative della ribellione del 1855 (Santal Hul).

Tra il Febbraio ed il Maggio 2007 si è tenuta al Crockerart Museum di Sacramento (CA) la prima mostra in occidente dedicata a questi rari ma splendidi pannelli istoriati dal titolo: Palkee: Wedding Conveyances of North India. http://www.crockerartmuseum.org/exhibitions/exhib_pages/P...

Sul mercato di Katmandu sono apparse ormai da anni 'povere' imitazioni dei pannelli originali, scolpite su vecchie assi si connotano per un stile approssimativo e la totale assenza di patina.

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About the Santal Banam see more on:

http://ethnoflorence.skynetblogs.be/post/6109784/14-dhodr...
http://sanza.skynetblogs.be/post/6241521/art-et-musique-d...
http://sanza.skynetblogs.be/post/6250339/art-et-musique-d...
http://www.tribalarts.com/feature/santal/

About the Santal panels see more on:

http://sanza.skynetblogs.be/post/6221941/panneaux-de-pala...
http://ethnoflorence.skynetblogs.be/post/7109086/santal-p...

About the Santal flutes see more on:

 http://ethnoflorence.skynetblogs.be/post/6163132/4-tribal... .

About the Santal painted scrolls from Hervé Pedriolle collection  see more on:

http://santalparganas.blogspot.com/

About the Oral Tradition and Primal Elements in the Santhal Musical Texts see the interesting writing  by Mr Onkar Prasad  on:

http://ignca.nic.in/ps_01014.htm .

About the carved Santal doors see more on:

http://sanza.skynetblogs.be/post/5546402/portes-santal--o...

 

 TRIBAL ART FAIR AMSTERDAM 2009 AFRICA OCEANIA ASIA


Over 2000 exclusive objects from Oceania, Africa, Indonesia, China, Japan, Tibet and Laos, will come together at what is TAF Amsterdam 2009. The exhibition comprises jewellery and sculptures, but also textiles, masks, implements and furniture. Special pieces from far-away countries. In the last weekend of October they are to be seen and purchased in Amsterdam, at the seventh edition of TAF Amsterdam.

www.http://www.tribal-art-fair.nl/

 

 

 

24/10/2009

Himalayan wooden zoomorphic juicer. Off topic Ethnoflorence photo archive Keith Haring Carmine street mural New York 1987.

ETHNOFLORENCE

INDIAN AND HIMALAYAN FOLK AND TRIBAL ARTS

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2009

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ZADU AND BLACK MAGIC

 The manipolation of the bad among the Kinnaura people of the Himachal Pradesh. See more on:

http://ethnoflorence.skynetblogs.be/post/7367042/zadu-and...-

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  Text and photos kindly courtesy of Emanuele Confortin  www.indika.i

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MUSEE DE LA CASTRE 

CANNES

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Old Himalayan stuff, more on:
http://ethnoflorence.skynetblogs.be/post/7356418/musee-de...

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DAMON HIMALAYA

- Günther o. Dyhrenfurth: Dämon Himalaya
benno schwabe & co. verlag, basel, 1935

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http://www.abaa.org/books/249012069.html

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NEPAL

CHAMANISME ET SCULPTURE TRIBALE

 Marc Petit, Christian Lequindre, ed. Infolio sept 2009.

04 Marc petit christian Lequindre nepal chamanisme et sculpture tribale ed Infolio

Visit NEPAL TRIBAL ART the new site dedicated to Tribal Arts of Nepal and the Himalayas:
www.nepaltribalart.com

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HIMALAYAN

WOODEN ZOOMORPHIC JUICER

 

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Impressive zoomorphic wodden juicer. Side view.

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 Side A detail view.

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Side A detail view.

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Side A detail view.

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Frontal view.

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Side B.

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Back side view.

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Back side view.

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Size comparaison between an ordinary juicer and a zoomorphic piece.

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Ram (?) wodden juicer.

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Side A view.


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Frontal view.

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Top view.

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Top view detail.

 

 

16/10/2009

MASQUES & ARTS TRIBAUX himalayens GALERIE LE TOIT DU MONDE 2007

ETHNOFLORENCE 2009

OLD HIMALAYAN EXHIBITIONS

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MASQUES & ARTS TRIBAUX himalayens

http://sanza.skynetblogs.be/archives/tag/masques%20arts%2...

Du vendredi 30 novembre au lundi 31 décembre 2007 

La 

GALERIE LE TOIT DU MONDE

présente

à la Mairie du 6e -Salon du Vieux Colombier-

 

 Masques
Art chamanique népalais
 Ghurra du Népal

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PHOTO CREDIT OF SANZA ARTS PREMIERS

BRUXELLES

http://sanza.skynetblogs.be/tag/masques%20arts%20tribaux%...

 

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Tambour dhyangro de chaman (shaman) Jhankri

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Dagues rituelles (phurbu) & Poignées de tambour (dhyangro)

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Statuaire et masques

 

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PHOTO CREDIT SANZA ARTS PREMIERS

http://sanza.skynetblogs.be/archives/tag/masques%20arts%2...

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ETHNOFLORENCE

BOOK SELECTION

2009

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MARTINO NICOLETTI 

HIMALAYAN VOLUMES:

http://martinonicoletti.blogspot.com/
Read more on: http://martinonicolettivolumes.blogspot.com/

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CHOD. IL SACRIFICIO DI SE'

There are still today, right in the heart of the Himalayas, a few rare practitioners of Bön -  the ancient pre-Buddhist religion of Tibet - who undertake a long ritual pilgrimage through the “power places” of the Dolpo region. Sacred sites inhabited by mountain deities and water spirits. Wild places infested by demons and dangerous ghosts. In an universe perceived as a constant and delicate interaction between human beings and the invisible forces that inhabit the cosmos, the main purpose of the pilgrimage is to placate local spirits, thereby repairing any cracks that might have appeared in the relationship between these two worlds.

The journey is often undertaken as a means of warding off dangerous epidemics,  a peculiar form of exorcism or  therapeutic procedure to fight specific illnesses inflicted by supernatural beings. As the pilgrimage unfolds, the practitioners,  having attracted the spirits attention with wildly provocative acts, then evoke their presence by playing magical musical instruments: trumpets made from human femurs (kangling) and hourglass-shaped drums (damaru) in which the bins are actually human skulls. According to Tibetan liturgical tradition, these drums are attributed with having particular evocative powers, especially when it comes to spirits connected to the funerary dymension or invisible beings belonging to the “wrathful” pantheon.

The central focus of the pilgrimage is the performance of a meditation ritual of self-sacrifice called “chöd” (lit. “cutting through”). The officiant first invites a whole host of invisible beings of various type and different hierarchical status to gather, and then visualizes his own body being totally dismembered by a female divinity of wisdom (dakini). As soon as the various body parts have been detached, they are thrown into a huge cauldron and once properly cooked, they are transformed into pure substances and a “nectar of immortality”, so that they can be offered to  invited guests during a special ceremonial banquet.

Beyond being merely a sacrificial offering to local spirits, the chöd reveals profound philosophical meanings connected to the notion of universal compassion (bodhicitta). In that sense, the sacrifice is a rare opportunity to benefit invisible living beings, still imprisoned in the samsara (the never ending cycle of births and deaths), by providing them with spiritual nourishment.

In an even deeper sense, the ceremony, by the total offering of oneself to invisible guests, enables the practitioner to radically cut off his attachment to his physical body and to overcome his identification with his own illusory Ego: the intangible enemies of any true spiritual progress.

Texts, excepts from the field-work diary of the author and pictures describe this archaic ritual. A video-CD enriches the work. This contains a Super8 film of the author, the song of the chöd singed by the monks of the Triten Norbutse monastery, in Nepal, and an original artistic contribution of the Italian singer Franco Battiato.

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KATHMANDU LECONS DE TENEBRES .

An art book devoted to the abyssal Himalayan metropolis of Kathmandu. Fragments from the travel note book, encounters, poems, tales, visions, accompanied by a rare selection of black and white photographs.

The work, printed in Bangkok in 2009, is published in a numbered limited edition of 108 copies, each enriched by a personal artwork of the author.

The same work is also available in a commercial edition, published and distributed by One Edition, a Thai publisher specialised in contemporary Asian literature.

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THE ECSTATIC BODY. NOTES ON  SHAMANISM AND CORPOREITY IN THE HIMALAYAS.


“The shaman who entertains the gods by dancing and music, is the same man who entertains the audience through the more performative aspects of the séance. Here, it is ordinary people who exploit the situation, coming to attend a performance that, in primis, has been organised for the gods.

SHAMANISM SOLITUDES. ECSTASY, MADNESS AND SPIRIT POSSESSION IN THE NEPAL HIMALAYAS.

An itinerary – only apparently circular – furrows the universe of Kulunge Râi shamanism in Nepal. A nomadic religion, generated within the space of a double geography that weaves vivid visionary foreshortenings into the flat weft of reality.

 

An extraordinary journey through the principal places composing the universe of shamanic reality: the “call” by the spirits of the wood. The dreams and initiatic visions; the vocational sickness and flight into the forest – mandatory steps on the path to obtaining powers; the praxis of healing and funerary rituals, centred on the experience of a “magic journey” accomplished by crossing different regions of the cosmos; the body’s function and corporeity within the choreutic-musical world of shamanism: a body acting as temple and simulacrum for a divine epiphany. As a frontier between worlds. A vocal and sonorous body capable of starting up the great shamanic machine.


THE ANCESTRAL FOREST. MEMORY, SPACE AND RITUAL AMONG THE KULUNGE RAI OF EASTERN NEPAL.

Lost among the high hills of eastern Nepal, which has meant centuries of cultural isolation, the Kulunge Rai ethnic group have tenaciously maintained their religious tradition ever since their ancient origins. Bearing witness to a far-off past of hunting and nomadic life, their myths and legends form a plot and scenario that comprise a multitude of invisible entities: the “hunter-spirits” and the “monkey spirits”, the undisputed sovereigns of the forest world; Laladum, the deity who resembles a little girl, the initiator of young shamans from the villages of the area; the Nagi, or ophidiomorphic-spirits, dwelling in the waters, the totem ancestors of the Kulunge Rai group; Molu, a mythical forefather, lost in the woods and transformed into a deity.

 

A fascinating journey through the oral memory, the sacred geography and religious imaginary of this people. An ideal itinerary that progressively abandons the inhabited world and enters the abysses of the mythical woodlands – the silent witnesses of the group’s ancient life style – only to lose itself in the thick of the immense forests that even today surround the settlements of the Kulunge Rai.

 

Starting from the cults of domestic deities, the research goes on to analyse the rituals that accompany the souls of the dead and the village farming cults, as a necessary step before dealing with the hunting cults and the hidden paths beaten by Kulunge Rai shamans.

RIDDUM. THE VOICE OF THE ANCESTORS.

“One day, the aged shaman Sancha Prasâd Râi told me the story of his people. The story that even today the elders of the Kulunge Râi tribe hand down orally from generation to generation, under the name of 'riddum'.

This story starts a long, long time ago. It begins before all the objects that surround us were manifest in their infinite variety, and even before human beings appeared on the face of the Earth.

For the Kulunge Râi, the riddum is the sacred tale describing the origin of the cosmos, of nature and the living beings that populate it. Expounded using the formula of a specific ritual language, the riddum is narrated whenever an important religious ritual is celebrated. According to the Kulunge Râi, the ritual language of the riddum is the primordial language, the one that the ethnic group’s forefathers once used daily for communication. With every passing generation, it began to be forgotten. Many other different idioms arose and thus the primordial tongue of the riddum began its slow, but inexorable, eclipse. Among human beings, only a few continued to hand it down, in order to keep alive a dialogue with the ancestors who lived in mythical times, and with the gods of their own religious tradition”. 
 
A singular performance, to which, besides the chance of direct witness of the epiphany of gods, spirits and demons, is added the no less stimulating possibility of witnessing human destinies suspended over an uncertain fate”.

 

15/10/2009

Zadu and black magic. The manipolation of the bad among the Kinnaura people of the Himachal Pradesh.

ETHNOFLORENCE

2008-2016

ZADU AND BLACK MAGIC

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THE MANIPOLATION OF THE BAD AMONG THE KINNAURA PEOPLE OF THE HIMACHAL PRADESH

 

04 maschere in argento raffiguranti le divinità del templio

Zadu e magia nera. La manipolazione del male tra i Kinnaura dell’Himachal Pradesh.

Text and photos kindly courtesy of Emanuele Confortin  www.indika.it .

01 l'oracolo Padam Chand posseduto durante Phulec. Sul viso aghi d'argento

"...Quanto segue è una parziale rielaborazione del materiale raccolto nel corso di una mia ricerca sul campo svolta nei mesi di settembre, ottobre e novembre del 2003 tra i Kinnaura, gli abitanti del Kinnaur. Situato nella propaggine centro-orientale dell’Himachal Pradesh, in India, il Kinnaur è un piccolo distretto montano confinante ad est con l’altopiano tibetano, a nord con lo Spiti e la valle di KulluW, ad ovest con il distretto di ShimlaW e a sud con l’Uttaranchal.
Lungo gli scoscesi pendii che caratterizzano le vallate del distretto, e che precipitano nel sacro fiume Sutlej, sorgono piccoli villaggi composti da case in legno e mattoni, dimora degli abitanti di queste terre. I Kinnaura sono un gruppo etnico tribale le cui origini si confondono nel mito, più volte citati nell’epica come valorosi
e leali guerrieri, storicamente temuti e rispettati anche per il loro coraggio. Costretti per secoli a confrontarsi con le insidie di un ambiente naturale particolarmente aspro, i Kinnaura hanno saputo adattarsi, riuscendo ad ottenere dallo sfruttamento del territorio quanto necessario per la loro sussistenza, assicurata prevalentemente
dalla produzione agricola dalla pastorizia, e in misura minore dal commercio.

01 padam chand, Grokch (oracolo) del villaggio di Roghi durante il porangpagmo

La complessa tradizione religiosa kinnaura – basata su un pantheon di divinità autoctone, ciascuna delle quali ha un proprio grokch ‘oracolo’ di riferimento -, deve le proprie origini agli antichi culti rivolti agli spiriti della natura, sebbene nei secoli abbia subito l’influenza del Buddismo Tibetano e, soprattutto a partire dal 1962, anno della crisi Indo-Cinese, dell’Induismo. Senza dubbio però, da un’attenta analisi dello stile di vita e delle consuetudini kinnaura, risulta particolarmente importante il legame costante e bilaterale che si è instaurato tra gli abitanti del territorio e le entità sovrannaturali che popolano l’ambito
extraurbano

Rapporto quotidiano con la realtà sovrannaturale


Ogni fase della vita quotidiana infatti, soprattutto le operazioni che prevedono lo spostamento nella foresta, regno incontrastato degli spiriti, non avviene mai casualmente, ma sembra rispondere a un ordine prestabilito. Qualora non fossero prese le dovute precauzioni, attività apparentemente semplici, come la raccolta di legna, frutti e fiori, la pastorizia e qualsiasi altro lavoro nella foresta, potrebbero avere conseguenze inaspettate. Non capita di rado infatti, che una persona possa transitare in un luogo abitato da uno spirito, mancandogli inavvertitamente di rispetto, magari profanandone la dimora. Particolarmente rischiosi sono i crocevia, i guadi, le congiunzioni di fiumi e le dorsali montuose, considerati luoghi nei quali confluiscono le energie di diversi tipi di esseri; tuttavia anche massi o rocce particolari, alberi della foresta, fiori e arbusti d’alta quota fungono immancabilmente da dimora per demoni e spiriti più o meno pericolosi. Perciò, al fine di evitare ripercussioni, come stati di deviazione, possessione, o disturbi della personalità preludio di malattie più gravi, i Kinnaura devono prestare la massima attenzione nell’esecuzione di ogni lavoro, assumendo un comportamento riverente. Va da sé, il fatto che gran parte dei disturbi fisici e psichici sofferti dai kinnaura dipendano da un’infestazione di natura sovrannaturale. Da notare inoltre, che il potenziale distruttivo di queste aggressioni aumenta considerevolmente nel caso in cui sia manipolato da uno stregone o da chi abbia attinto al potere di farlo, attraverso l’esecuzione di un maleficio.

 02 Kinnaur la foresta è il regno degli spiriti ed entità sovrannaturali

Zadu e malefici in Kinnaur

Il termine kanawari(1) con il quale si identificano i malefici e le pratiche di magia distruttiva è Zadu. Si tratta di una corruzione della parola hindi jadu che significa ‘incantazione’, ‘magia’ o ‘formula magica’, ma può variare di significato a seconda delle occasioni e dell’interlocutore. Comunemente però, il termine Zadu indica un particolare rito di magia nera, di solito eseguito sul campo di cremazione, per creare un amuleto malefico in grado di indurre la morte della vittima designata e della sua famiglia. Lo Zadu può essere visto come una complessa pratica rituale di origine bönW, in grado di creare dei ponti sottili tra l’ambito extraurbano in cui dimorano gli spiriti, e il microcosmo urbano all’interno del quale è forte il desiderio degli uomini di mantenere incontaminato ed integro l’equilibrio che sottende ciascuna realtà domestica. Attraverso lo Zadu quindi, si creano delle falle nella costante tensione esistente tra il mondo delle entità sovrannaturali – la cui tendenza è quella di insinuarsi nel villaggio al fine di soddisfare le proprie pulsioni, siano esse la brama di sangue, oppure, nel caso delle semi-divinità, la smania di essere instaurati come divinità all’interno del tempio – e quello degli uomini.

03 ciò che rimane a terra dopo un rito nella foresta

La preparazione dello zadu
Per la preparazione di questo maleficio, l’officiante deve scegliere un luogo adatto, che detenga i segni terrifici necessari e in cui confluiscano energie psichiche negative. Può essere una grotta, l’area prossima ad un masso isolato, la sommità di un pinnacolo roccioso particolarmente scosceso, oppure, come summenzionato e come spesso avviene, un campo di cremazione. Durante la pratica, che si svolge di notte, lo stregone cercherà innanzitutto di evocare il demone del sito prescelto. Questo avviene attraverso la recita di un mantra malefico scritto su un pezzo di carta. Seguirà la visualizzazione dell’immagine della vittima designata e la creazione di un supporto rituale che funge da amuleto malefico, il cui potenziale distruttivo viene aumentato tramite la recita del mantra evocativo. Sebbene l’antica pratica bön – chiamata ngan gtad – da cui deriva lo Zadu, preveda l’utilizzo del corno destro di uno yakW selvaggio come supporto rituale e base per la creazione dell’amuleto, in Kinnaur è impiegato un pezzo di stoffa bianca, nel quale sono avvolti gli ingredienti del rito. Componenti semplici ma essenziali, tra i quali è presente innanzitutto la cenere del campo di cremazione, cui sono aggiunti capelli, frammenti di unghie, muco e altre escrezioni corporee, oppure lembi di stoffa ottenuti da biancheria usata, sottratti con l’inganno alla persona da colpire. Una volta realizzato l’involucro, dalla tradizione identificato come Zadu, deve essere nascosto nei pressi dell’abitazione della vittima. Durante i miei incontri con i grokch, gli oracoli del Kinnaur, parlando di Zadu e malefici, mi fu spiegato che questi non sono efficaci sin dal momento dell’esecuzione, anzi, i primi effetti iniziano a manifestarsi dopo un po’ di tempo, talvolta dopo tre mesi, crescendo costantemente di intensità.

04 maschere in argento raffiguranti le divinità del templio

L’eziologia del morbo


Le prime avvisaglie possono manifestarsi con disagio fisico, sfortuna nel lavoro, carestie o morie di bestiame. Con il passare del tempo però, i sintomi si aggravano, esponendo al pericolo di morte chi li subisce. Il periodo più delicato nell’evolvere della malattia, non solo nel caso di malefici ma anche di altre forme di contaminazione, va dal momento dell’incubazione alla maturazione. Si tratta di un lasso di tempo più o meno lungo, a seconda della gravità del contagio e dello spirito che lo ha causato, durante il quale è necessario interpretare nel giusto modo i segni e i sintomi dell’infestazione affinché si possa trovare un rimedio. Nel caso in cui l’insorgenza del male fosse individuata quando questo è ancora allo stato embrionale(2), per scongiurarne la presenza sarebbe sufficiente eseguire una pratica semplice, sia questa la recita di mantra, o la preparazione di amuleti eseguita dal lama. In caso contrario, quando passa troppo tempo e la degenerazione procede, aggravandosi inesorabilmente, in lingua kanawari si dice che è stato raggiunto il sak, il punto di non ritorno. Se ciò avviene, come vedremo in seguito, l’unica via di salvezza è data dall’esecuzione di un esorcismo da parte del grokch. Quando si verifica un’infestazione, e questa degenera fino al sak, prima di stabilire la terapia appropriata, è necessario identificare l’entità aggredente. Ogni spirito, infatti, agisce in modo particolare e specifico, provocando varie sintomatologie che cambiano di intensità a seconda dei casi.

04

L’identificazione del demone e la cura
Per svelare l’identità del demone aggressore, in modo da comprendere anche la malattia che sta interessando il paziente, identificando quindi la cura adatta, è necessario interpellare la divinità. Ciò avviene nel corso del deo pucchna, la cerimonia settimanale che si svolge in occasione del raduno di sarpaling. In questa occasione, risulta fondamentale l’intervento del matha, l’interprete della divinità. Si tratta di uno dei principali esponenti religiosi del villaggio, la cui importanza è subordinata solo a quella del grokch, in grado di comprendere il volere divino in base all’intensità e al ritmo delle oscillazioni del rath, la lettiga sulla quale è montato il baldacchino della divinità e l’immagine della stessa(3). Dopo aver appreso dalle parole del matha l’eziologia del morbo, a seconda dei sintomi manifesti e delle caratteristiche del demone infestante, la divinità si pronuncia sulle modalità di intervento, stabilendo se il rito necessario debba essere eseguito dal lama o dai kardar, gli ‘attendenti della divinità’. In entrambe le circostanze, pur con modalità differenti, l’officiante cerca di soddisfare lo spirito eseguendo oblazioni in suo onore e, nei casi più gravi, al fine di placare la ferocia delle entità sovrannaturali particolarmente terrifiche, può anche essere richiesta l’esecuzione di un sacrificio cruento che prevede come vittima un montone, il cui sangue sarà offerto allo spirito infestante. Se il demone fosse soddisfatto dall’offerta sacrificale, egli lascerà il corpo della vittima, liberandola anche dalla malattia. Diversamente, qualora gli effetti dell’infestazione degenerassero ulteriormente mettendo in serio pericolo di vita l’ammalato, è necessario l’intervento del grokch e l’esecuzione di un esorcismo.

01 possession

La vittima e il sostituto rituale

Prima di vedere nel dettaglio le modalità di intervento del grokch, è opportuno precisare che in Kinnaur(4), nell’esecuzione di tutte le cerimonie di magia nera prevale il principio della somiglianza tra il soggetto da colpire e il suo sostituto rituale chiamato lingam, linga, lingga o lingka. Inferendo a quest’ultimo alcuni colpi per mezzo di armi, lanciandogli maledizioni, oppure distruggendolo, si originano delle ripercussioni parallele che vanno a colpire il corrispettivo umano del lingam. Solitamente, i sostituti rituali sono vestiti con stoffe o abiti uguali a quelli della vittima designata, a questi sono aggiunti anche frammenti di unghie e capelli sottrattigli di nascosto. Sebbene, in genere, i lingam siano fatti di pasta, lo stesso risultato può essere ottenuto tracciando un’immagine umana stilizzata su un pezzo di carta, al quale saranno poi aggiunti tutti gli elementi rituali necessari (pezzi di stoffa, frammenti di unghie, capelli ecc.). Qualsiasi pratica magica o maleficio eseguito ai danni di un individuo, o di una comunità, ha lo scopo di comprometterne la salute, la felicità e la prosperità, in tibetano noti come bla. Quello del bla è un principio fondamentale, alla base degli antichi rituali magici praticati in Tibet e rappresenta le funzioni psico-energetiche dell’individuo, in relazione alle energie del mondo esterno. Quanto più il bla di una persona è integro, tanto più la sua forza protettiva è efficace. Diversamente, se il bla si allontana, l’individuo non può vivere a lungo, quindi è necessario rimediare(5). Lo stesso principio di sostituzione è valido anche per i riti di guarigione e gli esorcismi, durante i quali la maledizione o lo spirito maligno che ha aggredito il paziente sarà trasferito ad un sostituto rituale, completando la guarigione. Il termine tibetano usato per identificare questo capro espiatorio è glud gtor, o semplicemente glud. Durante le cerimonie di liberazione dalle malattie o dalla possessione di demoni, tutti gli influssi negativi che stanno colpendo un individuo, la sua famiglia oppure l’intera comunità, sono magicamente trasferiti nel loro sostituto rituale. Il glud è quindi concepito come un riscatto necessario per ripristinare l’integrità del bla o allontanare l’influenza di invisibili entità nemiche. A tale riguardo, Karmay sostiene che il glud può essere considerato come un supporto rituale sostituibile a qualcosa di valore equivalente. Per questo motivo, il rito si basa sulla nozione di ’scambio’ tra l’officiante e l’entità infestante, e sul principio di ‘equivalenza’ tra ciò che lo spirito ha preso e il riscatto datogli in sostituzione del paziente o della comunità colpita(6). Sebbene spesso nei riti siano richiesti glud fatti di pasta, non possiamo di certo trascurare il fatto, che gran parte dei sostituti rituali utilizzati nelle cerimonie di guarigione siano animali. A seconda della gravità dell’infestazione e delle caratteristiche del demone da soddisfare, questi capri espiatori possono essere capre, pecore, cavalli o yak. Negli ultimi anni però, come conseguenza della diffusione dell’Induismo, in Kinnaur si è considerevolmente ridotto il ricorso al sacrificio animale, spesso sostituito dall’uso di noci di cocco o formine di pasta, limitando l’uccisione rituale ai montoni, in occasioni particolarmente importanti. A sottolineare questo cambiamento, il fatto che al momento del sacrificio animale e del conseguente spargimento di sangue, l’officiante e gli aiutanti sono soliti spostarsi con la vittima designata in un luogo appartato, quasi a voler nascondere il rito.

09 Il rath, palanchino della divinità, durante una processione a Kalpa

Lo scontro sottile tra grokch e stregone

Tornando alla fenomenologia dello Zadu, è opportuno sottolineare come, tramite l’utilizzo dei mantra terrifici, lo stregone sia in grado di intervenire sulla natura del demone evocato, condizionandola in modo che questo si accanisca inesorabilmente sulla vittima designata. Durante le mie conversazioni con i grokch e altri abitanti del Kinnaur, emerse l’esistenza di una chiara ideologia sottostante la concezione dell’infestazione causata da una maledizione e, soprattutto, dall’esecuzione di pratiche di magia nera. Inizialmente, ebbi l’impressione che al momento del rito lo stregone stipulasse una specie di oscuro patto con lo spirito, il quale avrebbe acconsentito ad aggredire la vittima designata in cambio di un sacrificio o di qualche offerta. Sebbene questo tipo di interpretazione possa essere valida se riferita alle pratiche minori, nel caso dello Zadu il rapporto tra l’officiante il rito e il demone del campo di cremazione cambia considerevolmente. L’entità sovrannaturale, infatti, è in un primo momento risvegliata tramite la recitazione di mantra terrifici e, in seguito, trasferendo la sua energia psichica nell’amuleto malefico, lo stregone relega lo spirito al proprio dovere: accanirsi sul destinatario della maledizione. Senz’altro, l’officiante ha il pieno controllo della situazione, ragion per cui lo Zadu può essere eseguito soltanto dagli stregoni o da colui il quale abbia attinto ritualmente al potere per farlo, e sia in grado di sottomettere alla propria volontà le entità sovrannaturali evocate(7). Il concetto di accanimento è, a nostro avviso, molto importante, in quanto rende chiaro il modo perpetuo in cui il demone continuerà ad infierire sulla propria vittima, costretto e non persuaso dalla forza dei mantra terrifici recitati durante l’esecuzione dello Zadu. Per spiegare meglio questo passaggio, è quanto mai significativa la metafora della bussola: così come il magnetismo del nord attira l’ago sempre nella stessa direzione, allo stesso modo, il demone è vincolato dal rito magico ad infierire ripetutamente, solo e soltanto sulla propria vittima, e sulla sua famiglia, quasi fosse orientato in tal senso. Questo passaggio è fondamentale per comprendere il meccanismo che sottende l’esecuzione dei riti di magia nera: l’abilità dello stregone non dipende dalla sua capacità di negoziare con un demone o una divinità terrifica affinché colpisca un individuo prestabilito, bensì dalla sua abilità nell’imprigionare queste entità in alcuni supporti rituali, esempio amuleti, statuine, immagini dipinte e altri veicoli, che saranno poi usati come arma magica. Così come tramite lo Zadu lo stregone riesce ad imprigionare il demone nell’amuleto che funge da supporto rituale, usandolo per colpire la vittima, allo stesso modo, durante la possessione il grokch(8) eserciterà la propria arte magico-divinatoria per ottenere il risultato opposto. Avvalendosi di una statuetta di legno come sostituto sacrificale, egli cercherà di trasferire lo spirito in questo nuovo supporto rituale, liberando il paziente dall’infestazione. Per assurgere al risultato sperato, il grokch adotta un duplice approccio: corruttivo e coercitivo. L’approccio corruttivo serve per dissuadere l’entità infestante dall’accanirsi sulla vittima. Ciò avviene tramite alcune offerte sacrificali, come rak ‘vino’, semi di senape e farina impastata con miele, latte e acqua. Senza dubbio però, ciò che garantisce la massima efficacia, ma non certezza, all’intervento dell’oracolo è l’approccio coercitivo. Si tratta di una vera e propria lotta che si innesca tra gli effetti dello Zadu e la magia dell’esorcismo; una battaglia simbolica che richiama l’eterna lotta esistente tra il bene e il male, nel caso in questione interpretati dal grokch e dallo stregone.

05 Groktch del villaggio di Chitkul

L’esorcismo di Langura


Di seguito, farò riferimento all’esorcismo cui ho assistito durante la mia permanenza in Kinnaur, nel corso del quale l’oracolo di Langura(9) guarì una donna colpita da Zadu. Una volta conclusi i lunghi preparativi previsti e ultimata la fase cerimoniale delle offerte (approccio coercitivo), il grokch si chinò sulla donna (stesa dinanzi a lui nella cella del rito) brandendo il talvar ’spada’ rituale, quindi iniziò ad emettere uno strano rantolo, talvolta animalesco, che nessuno dei presenti riusciva a comprendere. Chiesi informazioni allo shu runchya ‘guardiano del tempio’ il quale, enfatizzando l’importanza del momento, affermò si trattasse di un mantra magico della divinità, in grado di esorcizzare la presenza del demone. Sebbene in seguito non sia riuscito ad ottenere ulteriori spiegazioni in merito, da una prima interpretazione della funzionalità di questo linguaggio, siamo indotti a considerare l’esistenza di notevoli parallelismi tra l’oracolarità kinnaura e lo sciamanismo. A tale riguardo, Romano Mastromattei afferma che l’uso di una complessa serie di lingue e linguaggi è una caratteristica degli sciamani di qualsiasi area. Tra questi troviamo il sermo familiaris usato per parlare con i presenti; la lingua ufficiale, con citazioni dalla lingua letteraria della cultura propria o della cultura dominante; il sermo inversus ovvero l’applicazione di vocaboli comuni, ma con un significato del tutto diverso oppure opposto; l’uso di una lingua definita come lingua effettivamente parlata da una popolazione straniera; dei linguaggi superiori e molto complessi, come: “lingue parlate totalmente segrete ed esoteriche, di complessa e discussa origine, forse identificabili con le cosiddette ‘lingue degli dèi’; uso sciamanico di una qualsiasi di queste lingue (riferendosi anche a quelle summenzionate), pronunciate però con una fortissima e caratteristica deformazione, legata con probabilità – ma non con certezza – alla particolare condizione fisico-psichica dello sciamano durante la seduta; l’uso di linguaggi, o piuttosto di lingue non umane, che non possono essere semplicemente definite come l’imitazione dei versi degli animali, quale ad esempio quella di un cacciatore. [...] L’uso di queste lingue non umane va riferito a tradizioni mitiche, magiche e rituali che sono parte integrante e non marginale del patrimonio sciamanico, tanto quanto l’esaltazione verbale implicita della potenza e delle gesta degli dèi, degli eroi e degli antenati sciamani, che per altro possono avere valenze e tratti teriomorfici”(10).
Per avere un quadro più esaustivo di cosa avvenga durante questa concitata fase dell’esorcismo, dobbiamo considerare la pratica nel suo insieme. La recita di mantra segreti infatti, è svolta dal grokch contemporaneamente a una complessa serie di pratiche teatrali e rituali, accompagnate dalla musica dei bajantri ’suonatori rituali’, alle quali partecipano anche altri kardar. Come accennavamo poco fa, assieme al rantolo, dopo aver appoggiato il piede destro sulla spalla sinistra della donna, il ritualista iniziò a muovere lentamente il talvar sopra il corpo di lei, mentre a un metro di distanza il pujari fece esplodere una serie di potenti petardi a brevi intervalli di tempo. Sebbene sia molto difficile dare una giusta interpretazione a queste pratiche, l’utilizzo della spada potrebbe avere più significati. Si può presupporre che essa abbia valenza costrittiva per cacciare il demone infestante dal corpo della donna. “Gli elementi guerrieri che han grande importanza in certi tipi di sciamanismo asiatico (lancia, corazza, arco, spada, ecc.) si spiegano con le necessità del combattimento contro i demoni, i veri nemici dell’umanità. In termini generali, si può dire che lo sciamano difende la vita, la salute, la fecondità, il mondo della ‘luce’, contro la morte, le malattie, la sterilità, la sciagura e il mondo delle ‘tenebre’”(11). Dopo aver finito di utilizzare il talvar, il grokch sollevò di peso il montone sacrificale che fino ad allora era stato legato ad un palo nelle vicinanze, e, continuando a proferire il mantra segreto, lo fece passare più volte sopra il corpo immobile della donna. A questo punto, uno dei kardar gli porse una fronda lunga un paio di metri circa, ricavata da una pianta latifoglie, probabilmente dall’albero di deodar, con la quale colpì ripetutamente il corpo della paziente, accompagnando l’azione con il rantolo. In questi frangenti l’oracolo infilò una mano sotto lo scialle bianco che copriva la donna, estraendo un fagottino di stoffa, lo Zadu. Ciò indicava che il male era stato individuato e che ora il demone doveva essere svincolato dalla vittima(12).
Dopo aver concluso la fase precedente, la divinità uscì dal corpo del grokch che perse i sensi accasciandosi al suolo, per ritirarsi subito dopo in un luogo appartato. Lo stadio conclusivo del rito di trasferimento iniziò dopo dieci minuti circa: quando il grokch fu posseduto per la seconda volta dalla divinità, ordinò ai kardar di avvicinare il montone all’effige sostituto, quindi si spostò sul lato opposto, ai piedi della donna. Riprese a mormorare il rantolo e, raccolta una manciata di farina da un piatto, la gettò verso la statuetta di legno. Questo gesto simbolico, sancì il trasferimento del demone dal corpo della donna al rispettivo sostituto sacrificale.

09 bis

L’espulsione del demone dal villaggio

Il posto scelto per terminare l’esorcismo fu una netta curva a gomito, la quale supera l’evidente dorsale montuosa che separa l’ampia conca in cui sorge il villaggio di Kalpa da un orrido vallone roccioso, dove la strada costeggia uno strapiombo di mille metri che termina direttamente nelle sacre acque del fiume Sutlej(13). Giunti sul posto, i kardar conficcarono la statuetta nella parte più esterna della curva, con il volto rivolto verso l’abisso. A questo punto l’attenzione dei presenti si spostò sul montone. Il grokch asperse con l’acqua del kro (vaso rituale in ottone o argento) il dorso dell’animale, partendo dal capo fino alla coda e viceversa. Subito dopo introdusse dei semi di mostarda con acqua sacra negli orecchi e nella bocca della vittima sacrificale, liberandola immediatamente. Tutti si affrettarono a guardare l’animale aspettandosi qualcosa, un segno che io non compresi fino a quando quello si scrollò vigorosamente, comunicando il buon esito dell’esorcismo e, di conseguenza, il termine dell’infestazione. Giunse così il momento del sacrificio, eseguito dal macellaio del villaggio: mentre due aiutanti tenevano in posizione il montone, l’uccisore inferse una serie di violenti colpi al collo della vittima utilizzando un pesante coltello con la lama a forma di mezzaluna, fino a mozzarle la testa. Il pujari raccolse quest’ultima per le corna, infilandola per qualche istante nella statuetta di legno. Subito dopo intervenne il grokch che sparse sull’effige sostituto, lorda di sangue, alcune manciate di farina, del rak e l’acqua del kro, facendola infine precipitare nel vuoto con un calcio(14). Sebbene nel presente scritto sia stata presentata a titolo esemplificativo l’esperienza dello Zadu, la tradizione magico – rituale del Kinnaur è piuttosto vasta e comprende molte altre pratiche, più o meno efficaci, con cui viene perpetrato il rapporto di interscambio esistente tra la realtà sovrannaturale e quella degli uomini. In questo contesto, risulta chiaro il ruolo del sacerdote oracolo. Essendo stato scelto dalla propria divinità, il grokch è dotato di grandi poteri, grazie ai quali può svolgere la funzione di eroe capace di sconfiggere i demoni e di perpetrare lo status quo all’interno del villaggio. Spetta all’oracolo, infatti, intervenire nei modi e nei tempi opportuni per lenire le disparità esistenti tra gli uomini e gli spiriti, evitando che questi ultimi abbiano il sopravvento. Sebbene la tradizione oracolare kinnaura non possa essere del tutto assimilata a un contesto prettamente sciamanico, esistono notevoli affinità tra i due ambiti che ci permettono di collocare le pratiche dei grokch a un livello intermedio, quasi un anello di giunzione nel parallelismo esistente tra sciamanismo e oracolarità.

09 tris

Note:

1 Si tratta di una lingua di origini Tibeto-Birmane diffusa su tutto il Kinnaur caratterizzata da molte varianti locali.
2 Di solito ciò avviene grazie all’esperienza di un anziano o al responso di una divinazione ottenuta dal devta ‘divinità’.
3 Sebbene il matha possieda questa facoltà, egli non entra in alcun modo a contatto con il devta, ragion per cui non è infallibile nei responsi. Diversamente, il grokch è scelto direttamente dalla divinità come proprio oracolo, il quale durante la seduta va in trance e viene posseduto dallo spirito, quindi qualsiasi cosa dica o faccia corrisponde al volere divino, cioè alla verità. L’oracolo interviene solo nei casi più gravi che necessitano di ricorrere alla possessione, ad esempio durante gli esorcismi.
4 Verosimilmente anche in altre aree tribali, in particolare nell’area tibetana.
5 Norbu, Namkhai; Drung, Deu and Bön. Narrations, Symbolic languages and the Bön Traddition in Ancient Tibet, Dharamsala, 1997. Pagina 246.
6 Karmay, Samten G.; The Treasury of Good Sayings. A Tibetan History of Bön, Delhi, 1972. Pagine 340 e 347.
7 Dobbiamo tenere presente anche che, talvolta, a causa dell’inesperienza del praticante, della ferocia del demone evocato durante la pratica, o per entrambi questi fattori, qualcosa può non andare per il verso giusto e originare una serie di ripercussioni impreviste. Gli effetti della pratica, ad esempio, potrebbero ritorcersi contro lo stregone che sta officiando il rito, oppure l’entità sovrannaturale può non essere soggiogata al volere del praticante, vanificando così l’efficacia del rito. In questo caso, il principio della bussola non può essere considerato valido.
8 In qualità di officiante il rito di liberazione, il grokch può essere visto come l’antagonista/opposto dello stregone. Dobbiamo comunque tenere in considerazione il fatto, che, durante la pratica, l’oracolo è posseduto dalla divinità quindi identificato con essa.
9 Divinità minore del villaggio di Kalpa, adorata dai membri delle caste più povere.
10 R. Mastromattei, Tremore e potere. La condizione estatica nello sciamanismo himalayano; Milano, 1995. Pagine 36-37.
11 Mircea Eliade; Lo Sciamanismo e le tecniche dell’estasi; Roma, 1999. Pagina 538. È altresì possibile che la presenza di un’arma rituale serva per proteggere l’oracolo (e la paziente) dal possibile attacco di altri spiriti maligni, attirati dalle offerte e dalla presenza dell’animale sacrificale che sarà sacrificato al termine della pratica.
12 La concitazione del momento, l’oscurità (la pratica si svolse di notte) e la complessità del rito non mi permisero di comprendere chiaramente di che tipo di oggetto si trattasse. In molti lo chiamarono Zadu; anche il modo in cui si svolse la fase conclusiva del rito fa pensare all’amuleto di cui parlavamo precedentemente. Se così fosse, questo significa che non si era ancora verificato il sak (punto di non ritorno nella degenerazione della malattia), altrimenti, come vedremo in seguito, venendo a contatto con il grokch posseduto, l’amuleto si sarebbe trasformato in un serpente, in uno scorpione o in una lucertola.
13 La curva e il vallone sono considerati luoghi in cui convergono le energie psichiche delle entità sovrannaturali, ragion per cui la notte è estremamente pericoloso aggirarsi da quelle parti. Al vertice dell’angolo ideale formato dalla rientranza dell’avvallamento, nei giorni di pioggia, scorre un piccolo torrente che si immette nel Sutlej. In quel luogo, durante la stagione umida o il periodo invernale, sopra un grosso masso bagnato dal torrente sono cremati i corpi delle persone decedute. I Kinnaura ritengono che le ceneri siano trasportate a valle dall’acqua del torrente e, seguendo il corso del Sutlej vadano ad immettersi nel Gange. Durante i periodi secchi, la cremazione avviene direttamente lungo il corso del sacro fiume tibetano.
14 Con questo gesto simbolico, il demone fu svincolato dal dovere impostogli dallo Zadu e confinato nel vallone. Dobbiamo tenere presente che, se qualcuno ad esempio tagliasse inavvertitamente della legna, raccogliesse dei fiori o altro da quel vallone, potrebbe essere aggredito da un demone precedentemente confinato, riportandolo così tra gli uomini, nel villaggio di Kalpa.

Estratto dalla ricerca di tesi: Grokch, esorcisti del Kinnaur, tecniche e prassi oracolari nei villaggio di Kalpa, Roghi e Cithkul. (2004, Cà Foscari Venezia, Emanuele Confortin) www.indika.it

Articolo Pubblicato su Psychomedia www.psychomedia.it 

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THOMAS MURRAY

DEMONS & DEITIES

MASKS OF THE HIMALAYA

By Thomas Murray
Photography by Don Tuttle

January 16, 2001

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13/10/2009

Nepalese rice sickle, Musee de la Castre Cannes.Off topic Jackson Pollock Full Fathom five. Rara Lake Nepal.

ETHNOFLORENCE

2009

INDIAN AND HIMALAYAN FOLK  AND TRIBAL ARTS

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MUSEE DE LA CASTRE

CANNES

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018 musee de la castre cannes

Nepalese ritual daggers phurbu.

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NEPAL

CHAMANISME ET SCULPTURE TRIBALE

MARC PETIT CHRISTIAN LEQUINDRE

ED INFOLIO SEPT 2009

 

Marc Petit christian Leqindre www.nepaltribalart.com

NEPAL, Chamanisme et Sculpture Tribale, Marc Petit, Christian Lequindre, ed. Infolio sept 2009.

 

Visit NEPAL TRIBAL ART the new site dedicated to Tribal Arts of Nepal and the Himalayas:
www.nepaltribalart.com

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NEPALESE

DEUS LOCI

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NEPALESE PHURBU

(old Ethnoflorence photo archive)

 

 

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Nepalese shamanic ritual daggers phurbu, coming soon.

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Nepalese rice sickle with smooth patinated wooden handle.

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Frontal view.

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Detail.

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Detail

 

 

 

 

11/10/2009

Musee de la Castre of Cannes, Himalayan room.

ETHNOFLORENCE

INDIAN AND HIMALAYAN

FOLK AND TRIBAL ARTS

13620892_1332690906744532_5228107378786638546_n.jpg

2009

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MUSEE DE LA CASTRE

CANNES

HIMALAYAN ROOM

011 nepalese primitive ancestor figure

Statues votive, Nepal, region du lac Rara.

012 votive primitive figure Lake Rara area Nepal

Detail.

012

Detail.

012 votive figure nepal lake rara area a

Detail.

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Base detail view.

013 statues votives Nepal region du lac rara Musee de la castre of Cannes

Detail view.

013 votive figure nepal lake rara area

Detail view.

014 statues votives nepal region du lac Rara Musee de la castre

View.

015

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017 Masque de cheval, Bhoutan, Masque de protecteur du bouddhisme dharmapala, Tibet, Masque de boue bouthan

View.

017

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018

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Masque d'Ascete, Nepal

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Masque de "protecteur du bouddhisme" (dharmapala) Tibet.

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Masque de cheval, Bhoutan

021

Masque de bouc, Bhoutan

023

Masque de vieille femme Inde Arunachal Pradesh, peuple monpa ou sherdukpen

024

Detail.

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Masque d divinité Inde, Arunachal Pradesh, Monpa ou sherdukpen

028 bis

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Masque de singe, Nepal, region du Terai, peuple rajbansi.

035

Masque de 'Chasseur' Inde, Arunachal Pradesh, peau de chevre, feutre, crin.

037

Masques de corbeau, Nepal or Tibet

038 nepal shamanic phurbu

Phurbus.

039 nepal shamanic ritual dagger phurbu

Phurbus.

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BURKE

NATURAL HISTORY MUSEUM 

HIMALAYAN

MASK COLLECTION

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Photo credit Burke Museum of Natural History

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